Scritto nel giugno-settembre 1972 e pubblicato da Dedalo, Bari, nel 1973.
A Eddie Ginosa:
Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi. (R. Vaneigem, Banalità di base)

L’occasione fu l’uscita de «I limiti dello sviluppo, rapporto del Gruppo del MIT, ecc.», che mi provocò a sintetizzare le linee generali di un discorso cui stavo lavorando da tempo, e che non ho ancora completato nella stesura più ampia, tendenzialmente più esaustiva. Molti dei punti che qui, nell’urgenza e nello slancio, sono appena accennati, il discorso più ampio – una «Critica dell’utopia capitalista» – li affronterà altrimenti.
«L’utopia capitalista », che insieme con Eddie Ginosa scrissi nel ’69, già contiene, pur con molte ingenuità ( soprattutto per quanto concerne la vocazione «apocalittica» del capitale), i punti di partenza per una «critica dell’utopia capitalista». Stamparlo qui non «realizza» la mia gratitudine verso Eddie Ginosa, che soltanto nell’affermazione del nostro progetto comunista troverà compimento.
G. Cesarano
Il rapporto MIT sui «limiti dello sviluppo» – prima inequivocabile manifestazione della tendenza in cui la scienza neo-illuminista si fonde definitivamente ma subdolamente con l’apocalittica e l’utopia «cristiana» – ha creato l’esigenza di un approfondimento di quanto in «Transizione» era stato definito come dominio reale del capitale. È quanto si è fatto in questa sede, per appunti, nei tempi stretti dell’urgenza di una prima risposta sia al progetto «scientifico» in se stesso, sia a tutte le miserevoli «prassi rivoluzionarie» in esso ormai riassunte ed in via di realizzazione. Al di là di questo regolamento di conti ciò che deve andare ancora molto avanti, il senso di ogni lavoro futuro, sta nella riscoperta di tutti i sensi profondi e specifici della vita che lotta, la conoscenza della verità e del potere che sono nei corpi e la loro realizzazione: dall’io rappresentativo all’Io organico, dalla democrazia dell’impotenza e servitù per tutti, alla Signoria senza servitù. Quindi nessuna filosofia della «Vita», di triste memoria, ma la vera «guerra» e la vittoria.
G. Collu