Limiti della teoria radicale. Contributo di Valerio Bertello – Torino 2005
I.COMONTISMO
1. La prospettiva
Gli atteggiamenti, cui corrispondono altrettante teorie, che in generale si possono adottare di fronte alla questione della rivoluzione e in generale del mutamento sociale si possono ridurre ai seguenti.
Manifesto murale che indice una pubblica conferenza lunedì 28 aprile 1975 all’Università di Genova in via Balbi 4, ore 16, «sui 17 compagni arrestati a Milano con l’accusa di avere un poco bruciato una sezione del PSDI».
Distribuito al Palasport di Torino il 3 novembre 1973. Firmato Alcuni “selvaggi” amanti del comontismo.
LA RIVOLUZIONE SARÀ UNA FESTA, NON DI POCHE ORE, MA PER LA VITA.
LA FESTA DELL’UMANITÀ NON PUÒ CHE ESSERE LA RIVOLUZIONE PROLETARIA
La società del capitale si fonda sul lavoro. Il lavoro significa MORALE, NOIA, SPERANZA, ISOLAMENTO. La MORALE è quella della repressione, del profitto, del successo. Repressione di ciò che di umano è negli uomini. Profitto che nasce dal rapporto schiavi-schiavisti, merci umane-mercanti di umanità, forza lavoro-capitale. Successo nel bel mondo degli stronzi, per essere infine i carabinieri delle proprie emozioni, gli strozzini dei propri desideri, gli spacciatori della propria infelicità opulenta venduta e contrabbandata come divertimento, come necessità. La NOIA è quella dei quotidiani suicidi: il trionfo della disfatta, delle viltà, dell’amore bavoso che significa sesso represso, del sesso che significa economia e politica del quotidiano, per il mantenimento del DIO-DENARO, della PATRIA-MERCE, della FAMIGLIA-SPETTACOLO. La SPERANZA è ciò che voi vi ingegnate di estrarre dalla vostra vita, rinsecchita miniera della miseria, il piacere ad ore fisse, in modi fissi, per ottenere risultati soliti, fissi e fessi. L’ISOLAMENTO è la cella di punizione della falsa amicizia, dello squallore posto come immotivato orgoglio, della solitudine spacciata per autonomia, dell’indifferenza creduta “libertà”, del noioso coppiettismo con l’illusione di amare, dell’apatia inguaribile, del “lavoro politico” come lavoro.
COMPAGNI,
la nostra esistenza è sotto il minimo che l’essere uomini richiede. Imparaiamo il RISCHIO del vivere e l’AVVENTURA del lottare: unica possibilità per non essere tombe viventi, pagine malscritte di una inutile storia.
COMPAGNI,
ogni festa che non giunga alla TOTALITà (così come è per l’odierno spettacolo) è la pallida e farsesca traduzione infedele di quel reale BISOGNO di festa senza fine né limiti che tutti coviamo come il progetto più amato e più odioso al capitale che ci vorrebbe sempre attori dei suoi miserandi, scontati, inapplaudibili avanspettacoli.
COMPAGNI,
il falso mistero del come essere uomini sta per essere svelato! Il comunismo reale (= COMONTISMO) inizia a vivere nella ribellione profondamente umana e radicale di MOLTI, per essere l’umanità radicale e profonda di TUTTI.
COMPAGNI,
stiamo imparando sulla nostra pelle che la libertà dalla MERCE-MERDA si esprime nella frenesia di tutti per vivere liberi, sfrenati, incontenibili e quindi CRIMINALI contro la normalità del sistema ed il sistema delle normalità.
COMPAGNI,
trasformiamo lo spettacolo di questa sera in una NOSTRA FESTA
PRATICHIAMO SUBITO L’ORGIA DELLA RIVOLUZIONE poiché questo è il solo modo per VIVERE così come vogliamo, così quanto sappiamo.
CONTRO LA POLIZIA DELLA NOIA CAPITALISTA c’è soltanto
IL CRIMINE DEL PIACERE GENERALIZZATO.
Documento dell’estate del 1973 di cui resta la seguente testimonianza: «Lo scrivemmo con Mario Moro e lo facemmo entrare clandestinamente alle Nuove nel fondo di una teglia di lasagne, ma molto probabilmente finì repentinamente nel cesso della cella, le lasagne però furono molto apprezzate. Credo che si possa considerare l’ultimo volantino con riferimento a comontismo. Diffusione zero.» (Sergio Serrao)
Firenze, 25 marzo 1972. Bozza dell’articolo che comparirà con qualche modifica sul numero di Comontismo, con il titolo ‟Note di preistoria contemporanea”.
NOTE DI STORIA CONTEMPORANEA
Fare una genealogia del comontismo non ci interessa certo per riaffermare una continuità, ma anzi per mostrare come esso nasca proprio dalla necessità cosciente di una rottura con il passato in un superamento che, riconquistando i contenuti positivi, rinneghi le forme alienate in cui si manifestavano. In questo senso la risposta alla domanda chi “siamo” non è determinata in noi dall’esigenza di definirci come un “ismo” tra i tanti, merce ideologica più o meno nuova sul mercato del consumismo, e quindi di rivendicare novità sconvolgenti all’interno di vetuste tradizioni, ma dall’esigenza di chiarire cosa effettivamente significhi per noi il superamento di un passato recente che abbiamo vissuto in favore non di una “nuova” ideologia, ma di una riaffermazione coerentemente vissuta della teoria proletaria. Poiché, se da una parte la critica di cui siamo i portatori riconosce come universalmente validi tutta quella serie di contenuti che la rivoluzione ha saputo esprimere di sé nel passato, e quindi riafferma di fatto la continuità ininterrotta della coerenza della teoria proletaria, d’altro lato il rifiuto delle forme in cui questi ideologicamente furono espressi (e che di fatto erano forme di contenuti opposti), produce una rottura cosciente coll’universo della politica, che altro non è se non produzione di merci ideologiche all’interno di strutture oggettivamente capitalistiche, e quindi il rifiuto di ogni continuità con il passato che ci ha preceduti, e di cui abbiamo fatto parte.
Le origini immediate di Comontismo risalgono, in generale, a tutti quei gruppi che genericamente si definirono, e furono definiti, consigliari. Genericamente poiché con i Consigli storicamente intesi ben poco dl fatto ebbero in comune, nella misura in cui le teorie che vi si affermavano, benché indicassero nei Consigli la forma storica dell’organizzazione del proletariato moderno, e di fatto la possibilità pratica dell’autogestione della società da parte dei proletari stessi, andavano poi ben al di là della semplice affermazione della tematica consiliare, anzi ne erano di fatto la negazione radicale, poiché aspiravano in realtà a forme di espressione ben più evolute e coscienti.
Di fatto però l’ambiguità fu mantenuta sino alle sue estreme conseguenze, poiché, se da una parte si riconosceva l’inadeguatezza della forma Consiglio rispetto elle esigenze della rivoluzione, e se ne vedeva quindi l’intrinseco significato recuperatorio, d’altra parte ne veniva riaffermata la necessità schematica poiché non si era in grado di praticare realmente i contenuti che si intuiva andarne oltre, e si preferiva quindi l’ideologia dei modelli formali alla praticità dei contenuti teorici e alle conseguenze che essi imponevano.
A questo proposito si impone come necessario un chiarimento minimo su cosa abbia effettivamente significato l’esperienza consigliare, prima ancora che per noi, in sé.
I Consigli proletari sono stati, all’interno della dinamica delle lotte anticapitaliste che sconvolsero l’Europa dagli inizi del 1900 sino alla caduta del Repubblica Bavarese dei Consigli, la prima forma teorico-pratica di organizzazione autonoma del proletariato come classe per sé. In quanto tale, loro presupposto fondamentale fa l’abolizione immediata, all’interno dell’organizzazione rivoluzionaria che allora per la prima volta si dava in forma cosciente, della reificazione capitalista fondata sulla divisione pratica delle funzioni.
Infatti il coniglio proletario nasce come momento autonomo unificante in cui si fondono dialetticamente, prima, all’interno della lotta, la funzione direttiva e quella esecutiva, il momento politico e quello economico, come conciliazione e superamento dell’antitesi tra scopo immediato e scopo finale; poi, all’interno della dittatura proletaria, il momento esecutivo con quello direttivo e legislativo, come conciliazione definitiva di funzioni non più separate, ma dialetticamente complementari e compresenti. In questo senso il consiglio rappresenta la prima forma autenticamente vissuta dagli scopi reali della rivoluzione: l’abolizione della divisione del lavoro, la riunificazione delle funzioni e il superamento della falsa antitesi voluta dal capitale tra “individui autonomi” e comunità sociale.
Il che, in altri termini, significa che il proletariato, nella misura in cui raggiungeva coscienza di sé all’interno della lotta, divenuta finalmente rivoluzionaria, esprimeva immediatamente come per sé necessaria l’esigenza di una comunità d’azione autenticamente proletaria, che risolvesse al proprio interno le contraddizioni del capitale, ponendosi contemporaneamente come momento di lotta autonoma e come superamento già in sé configurato della comunità reificata del capitale.
Ma nei Consigli ciò che contraddiceva a questo principio in maniera palese era, paradossalmente, proprio la forma storica del Consiglio stesso. Infatti essa, pur nascendo in seguito ad un’esigenza universalmente reale, restava comunque sul terreno del capitale, nella misura in cui poneva ancora il superamento nel regno del quantitativo più che in quello del qualitativo. Rispetto infatti alle esperienze burocratiche (dalla II Internazionale fino alle degenerazioni leniniste) che ancora vedevano la divisione tre essere e coscienza come necessaria ai fini della “lotta”, il Consiglio si poneva più come un allargamento quantitativo del principio democratico, che come un’estensione qualitativa del concetto di comunità.
Infatti si pensava che un’estensione della pratica di democrazia all’interno delle strutture organizzative avrebbe significato un sicuro baluardo alle infiltrazioni del pensiero borghese, dimenticando palesemente che la democrazia è un terreno borghese per definizione. Infatti essa nasce come risposta reificata alle esigenze di comunità autonomizzata, ponendo queste stesse sul terreno dello spettacolo vanificato di sé, in cui l’apparenza della comunità non é altro che la copertura reale dell’interiorizzazione divenuta cosciente del proprio sfruttamento, all’interno di strutture volte a pianificarlo e a mantenerlo.
In questo senso il Consiglio nasceva già in forma storicamente predeterminata e, in quanto tale, ebbe dalla storia la verifica della propria inadeguatezza rispetto al compito che si poneva.
La sconfitta dei Soviet all’interno dello stato bolscevico, dei consigli tedeschi a Berlino e a Monaco, è una conferma storicamente autentica della drammaticità di questo ritardo. Ciò permise, in ultima analisi, che i Consigli, da momento autonomo dell’organizzazione del proletariato, divenissero di fatto momento fondamentale del suo recupero e della sua sconfitta.
Da forma primitiva del superamento dell’ordine reificato del capitale, essi divennero forma definitiva del loro opposto, cioè dell’organizzazione del capitale stesso, nella sua fase più avanzata. In questo modo di Consigli oggi possono liberamente blaterare dalla Sinistra Nazionale (fascista) al recupero più avanzato: Manifesto e Potere Operaio.
La teoria dei Consigli ebbe comunque in Ludd e nell’OC una funzione puramente schematica, in quanto non fu mai organicamente connessa con la critica che in essi si praticava, e più che rappresentarne una conseguenza coerente, ne era il risvolto ideologico.
Al di là della tematica consiliare, Ludd rappresentò invece un tentativo, per altro ancora incoerente, di riscoprire e rendere cosciente il vero significato della rivoluzione moderna, riprendendo l’eredità del pensiero rivoluzionario che, nel frattempo, l’organizzazione del recupero istituzionale aveva cercato di occultare in ogni modo. Alla base della critica di Ludd restava come fondamento il riconoscere la coscienza (nel senso di possibilità oggettiva) come momento inseparabile della prassi, in quanto soggetto di essa, e quindi inconciliabile con ogni separazione (coscienza-proletariato, partito-masse, economia-politica).
Il che significa ricollocare il proletariato al centro del movimento che riconduce alla totalità, negando nella prassi tutti quei momenti fittizi che traggono origine proprio dalla parzialità (avanguardie & partiti).
In questo senso andava rifatta una lettura di Marx, attraverso le esperienze della Luxemburg, Korsch, Lukacs, fino a giungere alla tematica di Socialisme ou Barbarie, e alla identificazione dell’autogestione cosciente come momento di unificazione della classe. Ludd non poteva che negare la validità di qualsiasi esperienza che, non andando al di là della parzialità imposta dal capitale come momento necessario della produzione, teorizzasse la separazione come momento “necessario” dell’organizzazione, contrapponendo a ciò l’esigenza della riunificazione del proletariato non più come oggetto dell’organizzazione, ma come soggetto della propria emancipazione.
In questo senso il contributo dell’Internazionale Situazionista fu determinante, in quanto permise di individuare nella quotidianità immediata del mondo delle merci il momento fondamentale della lotta, che, non più rimandata ai massimi sistemi, diventa processo continuo, sviluppandosi dalla vita immediata degli individui, fino a ricongiungersi nella totalità dell’uomo, e della vita che prevale sull’inumano dell’alienazione del capitale.
Per cui le leggi indiscutibili della realtà mercificata, accettate come insostituibili presupposti di ogni sopravvivenza, a cui ossequienti si inchinarono generazioni di “comunisti”, non sono che i legami che la vita deve abbattere per potersi finalmente affermare.
All’interno di questa critica ogni tentativo di riportare la rivoluzione al livello dei suoi ritardi storici (dall’URSS alla Cina di Mao) assume il significato di riproduzione ideologica della realtà, mentre si riscoprono nella criminale sfrenatezza delle rivolte moderne le vere caratteristiche del movimento. La riscoperta della totalità, come momento fondamentale della lotta che distrugge il potere del capitale sulla vita, significa inevitabilmente la negazione di ogni politica all’interno dell’organizzazione del proletariato, in quanto politica è, per definizione, il terreno delle separazioni gestite e subite, mentre la lotta nasce appunto dalla riunificazione cosciente di ciò che la realtà impone come separato ed inconciliabile.
In Ludd queste affermazioni restarono però al livello di potenzialità inespresse, nella misura in cui non trovarono mai gli sbocchi pratici che le rendessero operanti nella realtà. In questo senso la critica, divenuta formale, poté spesso trasformarsi nel suo opposto apparente: i “Ludditi” da distruttori dell’universo reificato delle macchine, poterono diventare senza rottura di continuità difensori “radicali” del loro possesso.
Ludd, nonostante la critica della politica e dell’ideologia dominanti, restò un gruppo sostanzialmente politico e, in quanto tale, la teoria praticata restò nel campo della pura ideologia autogratificante.
Infatti, non solo i rapporti tra gli individui restarono al livello dell’inesistenza offerta dall’inorganicità del capitale, ma, di conseguenza, anche la capacità di incidere aggressivamente la realtà rimase al livello di potenzialià inespressa, e, non a caso, Ludd fu «storicamente» del tutto inesistente.1
Per questo i comontisti, se da una parte rivendicano la continuità dei contenuti della teoria, d’altra parte affermano la sostanziale rottura con una realtà, che, se da una parte seppe riaffermarne la validità, dall’altra non trovò mai in sé la volontà di praticarne le conseguenze.
Infatti la possibilità di esistenza di una reale comunità d’azione effettivamente operante passa attraverso la negazione di qualsiasi esperienza parziale, per porsi immediatamente come punto di unificazione coerente in cui tutti i momenti della critica rivoluzionaria trovano la loro sintesi dialettica nella pratica di una comunità di individui, la cui esistenza è già in sé la negazione della reificazione del capitale.
Solo all’interno della comunità infatti vengono abolite realmente le differenze teorico-pratiche immediate della realtà oggettiva, mentre si riscopre positivamente l’unità come momento fondamentale della totalità.
Comunità intesa sia come finalità del movimento rivoluzionario, che come struttura immediata della lotta, quindi come riunificazione totale tra immediatezza pratica e finalità teorica.
Solo in questo senso all’interno del comontismo non può esistere né politica né ideologia, mentre la lotta a queste realtà del capitale diventa momento fondamentale del rovesciamento del presente e della sua distruzione positiva.
Lo scopo di questo articolo è limitato ad una parziale esposizione di alcuni di momenti fondamentali del nostro passato (Ludd & OC), e non può andare al di là di questo suo compito. Sui vari argomenti che qui sono appena accennati non è possibile in quest’ambito pronunciarsi se non in modo evidentemente generico. Sarà comunque compito della nostra pratica riaffermare e riscoprire nella realtà quei contenuti di cui ci riconosciamo in teoria i portatori coerenti.
NOTA
– Anche l’OC, che per altro cercò di andare al di là dell’inesistenza pratica Ludd, restò prigioniera delle medesime contraddizioni (anche se apparentemente opposte), riproducendo al proprio interno la dinamica di un gruppo militante, più che quella veramente nuova di una comunità agente.
Volantino prodotto a Torino (Via Giacosa 4 – 20/2/1973) in polemica con Lotta Continua. La ricostruzione della vicenda è nella pagina del documento “Carello, i provocatori, i carabinieri e i comontisti”.
«L’opportunismo di Lotta Continua e i suoi metodi stalinisti servono unicamente a dimostrare la sua sostanziale identità con il PCI: lo stalinismo che li accomuna al di là di slogan e programmi formalmente differenti nulla ha a che fare con il comunismo, la cui realizzazione implica che vengano spazzate via queste vestigia di 50 anni di controrivoluzione. Il movimento reale del proletariato, superando i suoi limiti, saprà ricacciare queste organizzazioni nelle pattumiere della storia in cui non si rassegnano a restare.»
Firmato “Alcuni di coloro che furono i comontisti e che ancora combattono per il comontismo”. Milano, 18 febbraio 1973.
ENNESIMO COMUNICATO
I Comontisti non esistono più. Coloro che a suo tempo si autonominarono tali, resisi conto che la loro pratica non aveva la coerenza che definirsi comontisti (il che stava ad indicare che la loro vita era la realizzazione essenziale del comunismo reale) presupponeva, e che – d’altronde – il comontismo, come teoria rivoluzionaria, è il patrimonio di tutti coloro che in ogni parte del mondo, aldilà delle etichette, lottano contro tutte le alienazioni unitariamente, rifiutano ogni ulteriore continuità a comontismo in quanto gruppo politico (perché tale è stato più ancora che sul piano pubblico, nella coscienza medesima dei suoi costitutori) riaffermando il comontismo unicamente come teoria, indipendente da questa o da quella persona, ed in sintonia soltanto col movimento della storia.
In relazione a ciò ogni questione che riguardi la questione dell’appartenenza o meno di chicchessia al gruppo comontista si può riferire, semmai, solo al passato: per il presente nessuno che abbia compreso il senso dell’eversione proletaria si definisce più appartenente a questo gruppo e la questione cade da sé.
Due avvertimenti: non per questo con la putrefazione di quest’altro racket i comontisti non esistono più. Essi sono dovunque vi è violenza anticapitalista, riconquista del senso della vita, qualunque sia il nome che i proletari assumono.
E poi: non ci si illuda che per la dissoluzione dell’unità ideologica che li aveva finora tenuti assieme, i singoli ex-comontisti, come tutti gli altri coerenti eversori, siano più esposti che in passato alle calunnie ed alle provocazioni. Pronti alla dimostrazione de facto, nel malaugurato caso.
Va da sé che queste precisazioni sono destinate soltanto ai […] senza fantasia delle diverse cosche politiche: i proletari coscienti hanno ben altre (e più festose) cose per il capo e per le mani.
Alcuni di coloro che furono i comontisti e che ancora combattono per il comontismo
In seguito agli arresti relativi al sequestro Carello, il 16 febbraio 1973 il giornale Lotta Continua pubblica un articolo calunnioso che dipinge i comontisti come«una banda di provocatori, nutriti e sostenuti dalla polizia. Più concretamente, questi banditi da strapazzo sono stati costantemente allontanati – coi metodi più persuasivi, come si meritano – dai cortei proletari, dai cancelli delle fabbriche di Torino, e, nel ’71, da una piazza di Pisa, dove avevano cercato di trasferire le proprie provocazioni, a suon di schiaffi dei compagni netturbini.»
“I comontisti, ed altri compagni amanti della verità” inviano questo documento alla redazione, con la nota: «Esigiamo che questa smentita venga pubblicata in toto nel vostro giornale.» La smentita non sarà pubblicata e il 17 febbraio un gruppo di comontisti si reca di persona alla sede di Lotta Continua di Torino. La vicenda è ripresa anche nel volantino “Ognuno per sé”.
In calce al documento, una ricostruzione dei fatti.
ALLA REDAZIONE DI “LOTTA CONTINUA” – CARELLO, I PROVOCATORI, I CARABINIERI E I COMONTISTI
Dopo
la lettura dell’articolo in seconda pagina del numero del 16 febbraio del
vostro giornale a titolo “Chi sono i comontisti”, chiediamo che venga pubblicato
quanto segue:
1.
Pur solidarizzando con i compagni Dorigo e Piantamore (in merito ai quali
abbiamo diffuso anche a voi un comunicato stampa non pubblicato sinora),
dobbiamo chiarire che mai essi si dichiararono o furono dichiarati consiliari o
comontisti.
Ciò
che è stato da voi scritto sui comontisti e l’affermazione, come fosse un dato
da voi appurato, che i due arrestati «… fanno parte… del gruppo dei
“comonstisti”…» non può avere altro significato che di propalare una falsità,
già scritta dalla cosiddetta “stampa di informazione”, accusandoli quindi di
essere “provocatori” e “sacrificandoli” per salvaguardare il prestigio (?)
della vostra organizzazione.
2.
Riguardo alle documentazioni che, dite, da tre anni L.C. ed altre
organizzazioni avrebbero fornito intorno ai “nutrimenti” dati dalla polizia ai
comontisti e sui rapporti con elementi fascisti, MAI, benché ripetutamente e
pubblicamente da noi richiesto, è emerso alcun fatto né tantomeno prova. Ancora
una volta vi chiediamo di motivare realmente, e non su basi calunniose, tutto
ciò a livello di PUBBLICA ASSEMBLEA o comunque di inchiesta di PUBBLICO
dominio.
3. Il
metodo della calunnia sistematica da voi applicato non può non accomunarvi alle
pratiche deliranti di Avanguardia Operaia nonché del PCI che quotidianamente ne
fa uso contro voi stessi ed altri.
4.
Quanto ai “banditi da strapazzo”, termine da voi usato per denigrare l’azione
di sinceri rivoluzionari, esso qualifica chi lo usa. Ed inoltre è in palese
contraddizione con altri testi da voi pubblicati, come “I dannati della terra”,
o da voi apprezzati come “L’evasione impossibile” del compagno Sante
Notarnicola che, secondo il vostro articolo, dovrebbe essere considerato come
un provocatore (o come un ex-provocatore riabilitatosi?).
5.
Se in effetti in passato abbiamo partecipato a cortei in cui talora ci siamo
scontrati anche fisicamente con militanti di varia appartenenza sulla base di
una diversa concezione della violenza e del suo uso rivoluzionario, ormai da
lungo tempo abbiamo abbandonato tali pratiche, poiché consideriamo questi
momenti ininteressanti per la lotta di classe perché innocui e difensivi,
pronti comunque a ritornare sulle piazze e nelle strade tutte le volte che
pensiamo possa esservi uno scontro favorevole al proletariato ed alla sua
crescita rivoluzionaria.
6. A
Pisa vi fu tempo fa uno scontro, ma unicamente tra quattro notri compagni e
decine di militanti di L.C., scontro generato da scritte murali da noi fatte a
favore della rivolta delle Nuove (per cui due compagni sono stati condannati
dalla pretura di Pisa) e per cartelli in difesa del compagno Mario Rossi,
mentre i militanti di L.C. dicevano che ciò era provocatorio e Floris un
“lavoratore”, mentre noi lo consideravamo un difensore, sia pure oggettivo, del
capitale e della morte sociale.
7. Fra
i comontisti non esistono anarchici, in quanto nulla abbiamo a che spartire
con tali ideologie, non esistono
ex-fascisti ma solo qualche compagno (in numero assolutamente irrisorio)
vittima a suo tempo di ideologie adolescenziali e familiari (come altri furono
vittima di altre ideologie turpi quali quella cattolica etc.) da MOLTISSIMO
TEMPO E PROVATAMENTE abbandonate e derise; non esistono peraltro drogati
abituali poiché respingiamo come capitalista il concetto stesso di “droga” e
mai esaltammo la tossicomania, che anzi consideriamo un’ideologia borghese, al
pari della famiglia, dell’alcolmania, etc.; né tantomeno esistono ricattati
dalla polizia ed anzi possiamo sostenere che tutti i nostri compagni e tutti i
nostri amici hanno sempre avuto negli svariati processi una condotta di
assoluta non collaborazione e di difesa rivoluzionaria.
8.
Abbiamo ripetutamente fatto un discorso teorico sulla teppa e sul cosiddetto
“crimine” che può essere compreso e valutato solo nel suo contesto generale.
9.
Con i fascisti (Avanguardia Nazionale o altro) abbiamo avuto sempre e solo dei
rapporti di scontro nelle piazze e nelle strade, come è facilmente
comprovabile. Mai alcun altro rapporto è intercorso. Invece dovemmo occuparci
del Fronte Nazionale per sventare, castigando loro e la loro immonda sede
torinese, una provocazione da loro tentata nei confronti di un gruppo di
“Comunisti Libertari” e di altri militanti generici, tra cui anche operai e
simpatizzanti di L.C. (documentato su Acheronte
n° 2, 1971).
10.
Sui volantini “decorati di donnine nude”, è vero che vari nostri testi furono
diffusi e lo vengono tuttora ANCHE di fronte alle fabbriche (ma non solo). Mai
alcun “mal ce ne incolse” (anche perché talora erano diffusi dagli stessi
operai che evidentemente giudicavano diversamente i problemi sessuali dai
redattori di L.C.).
11. È
ASSOLUTAMENTE FALSO che tali Franco Margaglio e Franco Stangalini, da voi
attribuitici come nostri compagni, siano mai stati consiliari o comontisti. Non
solo, ma (e ciò ci pare significativo delle vostre documentazioni) nessun
nostro compagno li conosce o li ha SENTITI nominare. Non li conosciamo NEPPURE
come fascisti. Sta al vostro senso di chiarezza dare informazioni, utili anche
a noi, su costoro.
12.
Non abbiamo contatti “finanziari” con nessuno, né a SINISTRA, né tantomeno a
DESTRA. Se L.C. ne sa qualcosa lo dica documentando;
se invece intende sapere come ciascuno di noi vive si formi un gruppo di
compagni, non solo di L.C. ma anche di Potere Operaio etc., che ce lo venga a
richiedere direttamente. Siamo pronti a dare tutte le risposte necessarie. (Il
fatto stesso che voi siate costretti ad ammettere che perlopiù i nostri testi
sono ciclostilati è in palese contraddizione con la nostra presunta ma
inesistente “ricchezza”!).
13.
I nostri interventi contro giudici ed altri ideologi del capitale (ammantati di
sinistrismo) all’Unione Culturale e altrove al fine di tacitarli, capiamo
benissimo che a voi non piacciano. Ciò non giustifica ASSOLUTAMENTE la vostra
affermazione che fossimo protetti dalla polizia, anche in considerazione di
tutti i processi che ci sono piovuti e ci stanno piovendo addosso.
14. Il
mutamento di denominazione da Organizzazione Consiliare a “Comontismo” è
dovuto, non a motivi tattici più o meno biechi, ma ad una precisa critica
teorica del consiliarismo, come è AMPIAMENTE DOCUMENTATO dai nostri testi.
Sul
resto nulla da dire, visto che sono puri e semplici insulti.
i comontisti, ed altri
compagni amanti della verità.
(non ci sembra il caso
di mettere nomi e cognomi per questioni di prudenza, ma in separata sede siamo
anche disposti a darvi i nomi dei firmatari di questo testo, anche dei molti
non comontisti di nome).
NOTA
PER I REDATTORI DI L.C.
Esigiamo
che questa smentita venga pubblicata in toto nel vostro giornale.
Non amiamo rifarci, anche se possibile, alle leggi borghesi sulla stampa; ma nel caso vi rifiutiate di pubblicarla dovremo reagire con tutti i mezzi che riterremo opportuni. Voi siete caduti nella provocazione di “La stampa” etc.; noi non intendiamo accettare assolutamente tutto ciò.
Mercoledì 3 gennaio 1973 «Antonio Carello, di 21 anni, nipote di Fausto, il noto industriale torinese morto alcuni mesi fa e che aveva dato il proprio nome alla notissima fabbrica di fari e accessori per auto che occupa 1500 persone, è stato rapito e rilasciato dopo ventiquattro ore da malviventi che hanno chiesto e ottenuto un riscatto di 100 milioni.» (L’Unità, 5/1/1973)
Il giovane, detto Tony, abita in una lussuasa villa a Pino Torinese, «frequenta il primo anno di università ed è particolarmente noto nella “Torino bene” per la sua passione automobilistica. Sono molti infatti i “rallies” cui ha partecipato in coppia con suo fratello.» Ha raccontato di aver ricevuto una telefonata da una sconosciuta che lo invitava a casa sua e, recandosi all’appuntamento, in Strada Rosero è stato fermato da due uomini incappucciati che lo hanno legato, imbavagliato e chiuso in un furgone. Come ricorda L’Unità, si tratta del «primo caso di sequestro a scopo di estorsione che si sia verificato a Torino».
Il 13 febbraio 1973 vengono arrestati Giorgio Piantamore, 21 anni, e Luciano Dorigo, 22 anni. Inizialmente il Gazzettino del Piemonte delle 12,30 e il Telegiornale delle 13:30, riportando indiscrezioni dei carabinieri, dice che sono militanti di Lotta Continua, anche se i CC nella conferenza stampa delle 17,00 lo negano. In quel periodo erano innumerevoli le azioni repressive e proprio in quei giorni, sempre a Torino, erano appena stati arrestati vari componenti di Lotta Continua. Il 27 gennaio 1973, al termine di una manifestazione contro le provocazioni fasciste nel capoluogo piemontese, il corteo si sposta in corso Francia 19, davanti alla sede dell’MSI, e la celere apre il fuoco. Il bilancio è di due giovani militanti di Lotta Continua, Luigi Manconi (responsabile del servizio d’ordine) ed Eleonora Aromando, feriti da arma da fuoco, 25 mandati di cattura e decine di perquisizioni. GuidoViale è arrestato il giorno dopo al termine della conferenza stampa.
Il giornale Lotta Continua pubblica pubblica alcuni articoli riguardanti gli arresti per il sequestro Carello, tra cui:
Il processo inizia il 2 ottobre del 1973. Come riporta l’articolo – calunnioso e tendente a screditare i due imputati come criminali comuni – del giornale L’Unità, «alla fine dell’interrogatorio Giorgio Piantamore ha cavato di tasca un foglio e ha letto una dichiarazione nella quale si presenta come un paladino dei poveri che toglie il denaro ai ricchi per distribuirlo equamente ed e arrivato a sostenere che “tutti i delinquenti comuni sono detenuti politici perché contestano iI sistema”.»
Volantino con appunti firmato “un gruppo di rivoluzionari incazzati e decisi a sventare con i fatti ogni ulteriore provocazione”. Senza data e luogo, quasi di certo Milano nel dicembre 1972.
Comunicato ai proletari Volantino contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia.
Agli sciacalli di “AVANGUARDIA OPERAIA”
Pur essendo a conoscenza dell’odiosa provocazione da voi ordita in seguito al tentativo di alcuni rivoluzionari di trasformare in effettivo attacco anticapitalista il rituale istituzionalizzato del 12 dicembre, non abbiamo ritenuto interessante smentire le grossolane calunnie diffuse attraverso il vostro giornale, coscienti che esso si rivolge ad un inoffensivo pubblico di studenti ed ad una tribuna di operai in cerca di qualificazione burocratica, i quali tutti insieme poco hanno a che spartire con la moderna rivoluzione proletaria.
Nei momenti di scontro reale, come è parzialmente avvenuto a Milano, risulta sempre più evidente l’interesse materiale e ben specifico che la vostra e analoghe bande hanno nel cercare di reprimere, screditandoli, tutti quegli individui che, rifiutando strutture organicamente e coscientemente all’interno delle caratteristiche peculiari del capitale, sono, proprio per questo, capaci di comunicare il proprio slancio rivoluzionario a tutti quelli che sono disposti a criticare il proprio grigio ruolo di servi della milizia, di militanti della servitù.
Non a caso, fra le persone che si sono riconosciute anche per pochi attimi nella gioiosa antilegalità del 12 dicembre, vi erano dei militanti di A.O., subito duramente redarguiti dai loro padroni, che ben capivano il pericolo (per loro stessi) dell’autonoma radicalità, della nascente comunità di azione: senza dubbio il pericolo maggiore per ogni burocrazia è che gli individui prendano coscienza della propria voglia di vivere e della necessità di manifestarla.
La critica al potere della burocrazie è in pari tempo la critica all’inerzia delle leggi del capitale, inerzia che, devitalizzando e riducendo l’uomo a puro strumento del processo di riproduzione dell’esistente, esclude l’umanità dalla vita, istituisce il dominio marmoreo dell’inorganica, sancisce il dominio della morte.
Non contenti delle becere calunnie del vostro organo ufficiale, avete creduto opportuno cercar di diffondere ulteriormente le vostre menzogne attraverso l’”Espresso”, mercato nazionale delle merci ideologiche dei più disparati rackets della “sinistra” parlamentare ed extra, ma non riuscivate a veder riprodotte tutte le vostre infami delazioni, forse per quel certo senso di pudore borghese accortamente usato dal questo giornale.
Una presa di posizione si rende ora necessaria nel momento in cui le menzogne da voi diffuse assumono un preciso significato delatorio perché tendenti ad attribuire ai comontisti, rivoluzionari ostinatamente perseguitati dalla polizia, la responsabilità personale di determinate azioni radicali.
Contemporaneamente tali menzogne diventano calunniatorie in quanto a queste azioni, e a coloro che in esse si riconoscono, viene attribuita per scopi bassamente “politici” una matrice fascista ed antiproletaria.
I rivoluzionari sono proletari, non popolo.
Crepate in fretta.
Firmato: un gruppo di rivoluzionari incazzati e decisi a sventare con i fatti ogni ulteriore provocazione.
Volantino comontista contro le calunnie dell’Espresso e di Avanguardia operaia a proposito della manifestazione del 12 dicembre 1972 a Milano. Senza data e luogo, quasi di certo Milano nel dicembre 1972.
È noto ad ogni sincero proletario come l’odio e la calunnia abbiano sempre seguito da vicino ogni attività effettivamente rivoluzionaria. Pertanto noi comontisti non ci siamo mai stupiti, e nemmeno rammaricati, che tale sorte fosse pure a noi riservata, traendo anzi da ciò ulteriore stimolo per radicalizzare ulteriormente le nostre pratiche. Ma siamo anche ben coscienti del fatto che la calunnia e la delazione vogliono raggiungere il risultato di ostacolare, se non soffocare, la nostra attività anche fisicamente, quando non poliziescamente e penalmente. E siamo altrettanto coscienti che questi metodi, fatto ben più grave, hanno il fine preciso e politico di frastornare i proletari e di mortificarne la rabbia gettando discredito sulla violenza antilavorativa e antisociale e creando cordoni sanitari intorno alle forze fattualmente rivoluzionarie; si intende così calunniare il comunismo reale per fornirne in suo luogo una immagine burocratica, produttivistica, autoritaria e noiosa. Pertanto smascherare calunnie e calunniatori è indispensabile, soprattutto per bloccarne il fine politico, in specie quando menzogne e/o delazioni raggiungono una virulenza ed una vastità di diffusione tali da poter essere realmente (cioè sul terreno dello scontro di classe e non al livello di amministrazione di ideologie) di ostacolo e di danno all’espandersi delle pratiche rivoluzionarie. Per quanto riguarda noi comontisti, ciò è avvenuto quando l’Espresso ha ripreso un articolo apparso su Avanguardia Operaia, organo di un omonimo gruppo che opera sul mercato dell’ideologia falsamente “estremista”. In tale articolo costoro, che furono tra i primi diffusori di calunnie nei nostri confronti, ripetono stancamente, anche se con particolare violenza, le consuete accuse: cioè di manifestare una violenza irresponsabile e di essere quindi una congrega di provocatori, nonché pagati dalle questure, fascisti, drogati (!?), agenti di polizia, spie, etc., costituitasi in gruppo (?), tal “COMMONTISMO” (?). E di aver agito in quanto tali in occasione dei tumulti proletari del 12 dicembre scorso a Milano. La gravità, oltre alla particolare stupidità di tali calunnie non è superiore a quella manifestatasi in altre occasioni; tuttavia tre motivi ci spingono a prendere per la prima volta pubblicamente posizione contro di esse: – la pubblicità data alle calunnie da un giornale della diffusione de l’Espresso ci impone di prendere pubblicamente (nel senso: a livello di pubblica opinione) la parola contro i calunniatori. – vogliamo evitare che si crei intorno ai comontisti quel clima di linciaggio morale che rese il gruppo “XXII Marzo”, e Valpreda in particolare, facili bersagli di una reale provocazione poliziesca. – vogliamo rendere chiaro come i metodi stalinisti usati da quelle organizzazioni, sedicenti rivoluzionarie, che vivono la logica del racket, rivelino la loro collocazione antirivoluzionaria, poiché ripropongono rapporti essenzialmente capitalisti, cioè di tipo mafioso, per cui la calunnia e la delazione divengono strumenti fondamentali. Sarà compito di tutti gruppi e di tutti i compagni singoli che non condividono questo tipo di pratiche anticomuniste e tendenti a gettare calunnie nei confronti non solo di alcuni rivoluzionari, ma della rivoluzione stessa, prendere pubblica posizione, sia dando risalto al nostro comunicato, sia mettendo sotto accusa la logica della diffamazione ed i loro diffusori. D’altra parte, nella misura in cui siamo assolutamente CERTI della coerenza e trasparenza rivoluzionaria dei nostri compagni ed altrettanto CERTI della malafede dei nostri accusatori così come della infondatezza delle calunnie – sfidiamo le organizzazioni che, ufficialmente e/o come presa di posizione del singolo militante, da anni alimentano il flusso di calunnie che ciclicamente ci investe, A DARE FINALMENTE RAGIONE DELLE LORO MENZOGNE. Questo confronto dovrà avvenire a livello di PROVE CONCRETE e di FATTI INEQUIVOCABILI. Pertanto sfidiamo costoro ad organizzare una PUBBLICA ASSEMBLEA in cui essi dovranno PROVARE (il che sappiamo già fin d’ora essere impossibile) le infami accuse contro i comontisti e/o alcuni di loro e GIUSTIFICARE la loro pratica anticomunista di delazione alle polizie, pratica che li unisce a tutti gli organi di stampa dichiaratamente borghesi e riformisti. – Li sfidiamo, del pari, a pubblicare questo nostro comunicato sulla loro stampa. Il loro silenzio e la loro eventuale non disponibilità su questo terreno renderà chiaro a chiunque qual è la base e quale il fine di questa grossa montatura provocatoria. A quel punto sarà nostro piacere, e dovere di ciascun sincero proletario, ricacciare in gola ai calunniatori le loro verminose diffamazioni. Da parte nostra, secondo la trasparenza che sinora ci è stata abituale solo con gli effettivi compagni, siamo disposti a dibattere pubblicamente ogni fatto inerente le accuse specifiche, così come stiamo approntando un opuscolo in cui tutte queste questioni (ed in specie la manovra politica che vi è sottesa) verranno organicamente affrontate, di modo che tutti i rivoluzionari (o quanto meno le persone sincere) possano essere totalmente informati, in modo da poter assumere posizione inequivoca. D’altra parte, però, sottolineiamo il fatto che con costoro NON SIAMO DISPONIBILI ad alcun confronto politico e teorico, poiché rifiutiamo il terreno del maneggio politico e burocratico in cui essi sguazzano e poiché l’irreversibile nostro giudizio teorico sul mercato delle ideologie (anche “sinistre”), sulla loro funzione nella conservazione del dominio materiale del capitale, sulle miserie dei rackets che intendono porsi come amministratori del proletariato per fondare il LORO potere sul CONTROLLO del proletariato. La rivoluzione sarà festa liberatoria per i proletari poiché infine i proletari si sbarazzeranno di tutti i loro persecutori, ideologi e falsi “tutori” compresi. Da parte nostra, quindi, nessuna disponibilità al DIALOGO con i calunniatori, i burocrati mafiosi, gli ideologi di un comunismo fasullo e realmente capitalista; da parte nostra esiste solo la volontà di dimostrare una volta per tutte, ai proletari ottenebrati dalle mistificazioni e dalle ideologie, che i NOSTRI METODI NON SONO QUELLI DEI NOSTRI ACCUSATORI, che LA RIVOLUZIONE ED I RIVOLUZIONARI HANNO SEMPRE PER FINE PRATICO LA VERITÀ.
Intervento contro la manifestazione per l’abrogazione della legge Merlin. Ciclostilato a Torino, Cso Regina 24. Senza data, probabilmente 7 dicembre 1972.
Volantini contro la scuola, Torino, ottobre 1972. I primi due, fronte/retro oppure parte di un documento più ampio, «pare costituiscano il noto volantino sulla scuola distribuito il giorno di apertura dei licei (primo ottobre?) del 1972 a Torino». (Paolo Ranieri) Gli altri due probabilmente sono fronte/retro; l’ultimo è datato 29 ottobre 1972.
Volantino recto/verso ciclostilato il 24 ottobre 1972 in via Ausionio a Milano, formato da “Facciamola finita col mondo delle merci. Costruiamo la comunità umana” e da “Hop Frog”.
FACCIAMOLA FINITA COL MONDO DELLE MERCI.COSTRUIAMO LACOMUNITÀUMANA
Usciamo
dai ghetti che il capitale ci costruisce attorno. La nostra passività è il
cemento che ancora sostiene l’edificio barcollante. Rifiutiamo per sempre le
false alternative gentilmente offerte dalla Ditta:
–
la politica, che altro non è se non il pubblico osceno dei capi merdosi
di domani, la masturbazione perenne che nello spettacolo delle miserie
generali, nasconde le nostre e ce le amministra. Usciamo dai luridi cessi
dell’intellettualismo degli scemi, COMINCIAMO A VIVERE distruggendo tutte le IMMAGINI-RUOLI
ed i loro amministratori “sapienti”.
–
la triste farsa della bara-A-DUE-O-PIù-PIAZZE,
l’isolamento dei “sentimenti”, che altro non è se non l’ibernazione perpetua
dei nostri desideri in ghiacciaie compiacenti. In esse, l’incapacità a
riconoscere nell’altro qualcosa di più dell’OGGETTO, presupposto e prodotto
essenziale dei rapporti socialmente permessi, diventa la “normalità”
amministrata e coltivata.
–
i ghetti sessuali (femminismo, omo-etero-sessualismi…), che, nella
falsa immagine di una liberazione parziale, racchiudono e soffocano la
possibilità dell’emancipazione totale.
Per
la disumanità del Capitale-Uomo, per l’“amore” cieco e pietrificante fra merci,
l’AMORE DESIDERIO rivoluzionario è totalmente incomprensibile (non
recuperabile) È IL CRIMINE DEL PIACERE E IL PIACERE DEL CRIMINE
RIVOLUZIONARIO!!!
NON
facciamoci più imporre i luoghi, i tempi, i modi della prassi mortale del mondo
mercantile, usciamo fuori dalle nostre immagini-ruoli, ritroviamo nella
CREATIVITà SFRENATA delle
situazioni che sapremo e vorremo creare la ragione unica del nostro essere: IL
PIACERE SFRENATO.
Troviamoci
FUORI e CONTRO le scuole e i luoghi di lavoro.
Creiamo
nella STRADE la NOSTRA COMUNITà,
negazione violenta di quella esistente.
Solo nella continuità del rapporto rivoluzionario e nella sua realizzazione coerente sarà possibile ritrovare l’essenzialità della nostra esistenza… e … GODERNE.
HOP FROG
Il
mercato delle vacche continua. Chiusi nell’immobilità di RUOLI-Bare, le
MERCI-UMANE sfilano intoccabili lungo i marciapiedi. Da una parte, confezioni
splendenti racchiudono il VUOTO, fra tette-coscie di plastica, chiedendo per sé
il prezzo più alto, mercato permettendo. La “bellezza” estatica della MORTE
raggiunge l’apice nel trionfo dell’inorganico sull’umano. Trucchi, nylon,
vestiti, avvolgono in un abbraccio perenne. La carne è intoccabile (lo sarà
ancora per poco). Solo l’apparenza, la forma divenuta contenuto, ha diritto di
esistere in un mondo che allontana da sé la vita vedendo in essa il pericolo
della sua distruzione. Dall’altra parte, i miti virili pagano la propria
affermazione negando l’esistenza all’uomo, inventando il MASCHIO e conquistando
nidi-tomba in cui giocare per sempre la macabra farsa dei “sentimenti”.
Oggi,
l’unico rapporto permesso all’interno del regno dell’economia, è il reciproco
scambio ed acquisito. La mia morte mi acquista il diritto eterno sulla tua.
CREPATE finalmente vecchie baldracche & squallidi play-boy. Non ci
interessano le vostre luride merci, né siamo più disposti a pagare alcun prezzo
per la paraffina che vi riempie i cervelli.
Volantino anticarcerario. Al recto il testo, ribattezzato Lotta criminale, al verso il fumetto, Il buon padre. Senza data, probabilmente autunno 1972.
IL CRIMINE NON È SOLO UN PRODOTTO DELLA SOCIETÀ: INIZIA AD ESSERNE LA NEGAZIONE. IL CRIMINE NON È SOLO LA BASE DELLA CRITICA DELLA COMUNITÀ FITTIZIA DEL CAPITALE, È L’INIZIO DELL’AFFERMAZIONE DELLA COMUNITÀ REALMENTE UMANA.
Le carceri come istituzioni separate dalla società non sono altro che la proiezione dell’esistenza normale di ciascuno in una dimensione che assume i colori dell’incubo, del terrore e dell’oppressione aperta. La prigione, che il buon senso non riesce più a cogliere, se non in istanti di pazzia autentica, come parte realmente costitutiva del proprio ambiente quotidiano, può essere allora proposta dalla società come ciò che esemplarmente punisce chi non vuole più tollerarla; la paura del carcere come istituzione separata, costringe ciascuno nel carcere della famiglia e del lavoro o di tutti i loro grotteschi surrogati; è la morte quotidiana, quindi può essere spacciata e consumata come l’unica esistenza possibile. Ciò che stravolge questa malefica allucinazione è la premessa di ogni azione rivoluzionaria: IL RISCHIO DELLA PRIGIONE O DELLA MORTE NON è OGGI CHE L’AVVENTURA DELLA VITA.
Il carcere, dopo la recente ondata di sommosse che ne ha sconvolto l’andamento, è divenuto un argomento principe per chi vuole lavarsi la bocca con piagnistei sulla repressione, per chi vuole mettersi a posto una coscienza pelosa facendo rilevare le terribili condizioni di vita del carcere, illustrandole in scritti, dibattiti, films, tutti ben remunerati e di prestigio. Costoro però non dicono che I FUORI LEGGE SONO I MODERNI RIVOLUZIONARI, poiché sono già essi stessi CARCERE nella misura in cui la loro ideologia dovrebbe servire a riprodurre e far accettare tutta la miseria e tutta l’infelicità di una “vita” che è a tal punto carcerizzata da divenire ANTIUMANA.
Le parole d’ordine democratiche non incantano più nessun detenuto o fuorilegge; nessun rivoluzionario. CARCERE PIù GRANDE, MIGLIORE E PROCESSI PIù VELOCI VOGLIONO DIRE IMPRIGIONARE PIù GENTE POSSIBILE NEL MINOR TEMPO POSSIBILE.
In realtà, nessuna lotta contro il carcere ha senso se non è lotta contro la LEGGE; la lotta contro la LEGGE è la base necessaria per la distruzione dell’ordine esistente e della produzione di merci e di ideologia su cui la società è fondata.
Di fronte al dilagare della rivolta, di fronte al fatto che milioni di persone lottano contro il carcere che è ovunque, anche oltre le mura specifiche delle prigioni di stato, si scatena il tentativo di recupero. Il recupero si manifesta attraverso lo spaccio reiterato di ideologie particolari ma tutte sostanzialmente conservatrici della realtà.
L’ideologia hippy promette ai giovani la loro liberazione in quanto giovani, l’ideologia operaistica l’emancipazione degli operai in quanto tali, altre ancora promettono libertà agli studenti, alle massaie, ai “pazzi”, ai drogati, agli omosessuali, alle lesbiche etc. ed anche ai carcerati.
Ma il movimento della rivoluzione moderna, il movimento che porterà alla realizzazione dell’uomo, cioè al COMONTISMO, opera per la liberazione di ognuno dalle catene globali che il carcere della vita quotidiana gli impongono e che le ideologie carceriere fingono di sottrargli.
LA FINE DI OGNI RUOLO è LA FINE DI OGNI CARCERE POSSIBILE
Il
mercato delle vacche continua. Chiusi nell’immobilità di RUOLI-Bare, le
MERCI-UMANE sfilano intoccabili lungo i marciapiedi. Da una parte, confezioni
splendenti racchiudono il VUOTO, fra tette-coscie di plastica, chiedendo per sé
il prezzo più alto, mercato permettendo. La “bellezza” estatica della MORTE
raggiunge l’apice nel trionfo dell’inorganico sull’umano. Trucchi, nylon,
vestiti, avvolgono in un abbraccio perenne. La carne è intoccabile (lo sarà
ancora per poco). Solo l’apparenza, la forma divenuta contenuto, ha diritto di
esistere in un mondo che allontana da sé la vita vedendo in essa il pericolo
della sua distruzione. Dall’altra parte, i miti virili pagano la propria
affermazione negando l’esistenza all’uomo, inventando il MASCHIO e conquistando
nidi-tomba in cui giocare per sempre la macabra farsa dei “sentimenti”.
Oggi,
l’unico rapporto permesso all’interno del regno dell’economia, è il reciproco
scambio ed acquisito. La mia morte mi acquista il diritto eterno sulla tua.
CREPATE finalmente vecchie baldracche & squallidi play-boy. Non ci
interessano le vostre luride merci, né siamo più disposti a pagare alcun prezzo
per la paraffina che vi riempie i cervelli.
«Olimpiadi di Monaco, 5 settembre 1972: un commando di otto combattenti palestinesi fa irruzione nel villaggio olimpico. Due atleti israeliani vengono uccisi immediatamente, gli altri nove sono presi in ostaggio. Dopo 21 ore di estenuanti trattative, seguite in diretta dalle tv di mezzo mondo, il massacro: il maldestro tentativo di blitz da parte della polizia tedesca finisce in un bagno di sangue. I nove membri della squadra olimpica saranno trucidati dai palestinesi e tre fedayn saranno arrestati. Volantino fatto a Firenze, sospetto da Alfredo, che allora era particolarmente bilioso e ostile verso gli umani.»(Paolo Ranieri)
L’ATLETA CADAVERE È IL MIGLIORE ATLETA
Adolfo Brandt ha realizzato il
suo sogno: nel SUPER-LAGER di Monaco milioni di spettatori hanno potuto seguire
dal vivo l’unico sport che realmente interessa: nella MORTE degli altri la
propria MORTE.
Il superamento tecnologico del
nazional-socialismo, ormai insediato a livello mondiale, ha permesso per la
prima volta di vedere in DIRETTA il COLORE del sangue, riempiendo di giubilo le
folle.
Tutti aspettavano il momento in
cui il mistero si sarebbe svelato agli occhi dei fedeli adoranti: l’ideologia,
finalmente nuda, appare per quello che è: AGONISMO, AGONIA, CACCIA.
Ognuno ha potuto vivere in
privato, grazie all’interessamento di tante AUTORITà riunite, il vero sport internazionale, riscoprendo il
gusto che dà l’appartenenza alla squadra vincente, quella POLIZIESCA.
Il turbamento è solo un gioco
sottile, dietro cui si maschera la vera gioia di vedere-godere l’immenso
funerale dell’umanità teletrasmesso e gioire insieme dell’immancabile VITTORIA.
La squadra palestinese, non
invitata perchè miserabile e sporca, troppo attaccata alla vita bestiale, e
quindi non disposta allo SPETTACOLO NAZISTA della FRATELLANZA in cui si
traveste l’odio e dell’AGONISMO in cui si traveste la concorrenza nella società
degli atleti dell’autosoppressione, la squadra palestinese, ha comunque voluto
aderire a suo modo.
L’unico sport che gli ebrei loro
permettono è la soppressione armata che gli fanno subire, ripetendo con mezzi
moderni le gesta dei loro MAESTRI-ASSASSINI. I palestinesi hanno così pensato
di aderire alla bella manifestazione proponendo ai sionisti una sfida nello
sport che essi più amano.
Purtroppo per loro quello sport
ha da tempo trovato fedeli praticanti in ogni parte del globo che sono corsi a
dare man forte nel modo che meglio potevano, contribuendo così alla riuscita
dello spettacolo; la strage, il vero trionfo dello spirito olimpico in cui i
vincitori e vinti sono finalmente legati dal VINCOLO ETERNO.
I risultati raggiunti però, per
quanto vivificati dal colore e dalla trasmissione in diretta, sono assai
lontani dai RECORD di Città del Messico in cui per la prima volta si
raggiunsero ragguardevoli cifre in fatto di CADAVERI.
Questo é il volantino distribuito ai primi di maggio 1972: la descrizione della vicenda sta nella Cronologia di Comontismo scritta da me mentre ero carcerato al Bassone di Como e pubblicata su Maelstrom 2 (Paolo Ranieri).Nella seconda parte il testo riprende il volantino dell’anno precedente firmato “I compagni consiliari”, che aveva quasi lo stesso titolo.
1° MAGGIO: IL LAVORO SALARIATO NON SI FESTEGGIA. SI ABOLISCE
All’inizio del secolo la
brutalità del lavoro salariato e la logica spietata delle merci diede il via ad
appassionanti ammutinamenti anticapitalisti. Il proletariato individuando il
lavoro come fonte di tutte le sue miserie poneva in pratica la sua distruzione.
Oggi gli eredi degli artefici
dell’annientamento proletario nel periodo fra le due guerre (p.c.i., sindacati,
etc.) spacciano il lavoro come ultimo ritrovato ai mali del proletariato. Il
dominio dei burocrati-stalinisti è fondato sulla menzogna e non possono tentare
di conservarlo se non continuando a mentire.
Attenti burocrati stalinisti!
Il volto ghignante del
proletariato che risorge ridicolizzerà tutti i tentativi di recuperarlo alla
logica della merce e del lavoro. Sadico come dovrà essere il Proletariato se la
prenderà per primo con quelli che vogliono parlare per lui senza essere lui. La
liberazione dal lavoro è la condizione preliminare per superare la società dei
consumi e per l’abolizione nella vita di tutti della separazione tra tempo di
lavoro e tempo libero, settori complementari di una vita alienata in cui si
proietta all’infinito la contraddizione interna della merce tra valore d’uso e
valore di scambio. La concentrazione capitalistica dei mezzi materiali e
ideologici di produzione e la sua distribuzione sociale si trova di fronte
sempre più minacciosa l’insoddisfazione crescente di tutti.
La società del capitale promette,
ma non può mantenere. Non può mantenere alcuna promessa di felicità poiché il
suo fine stesso (produzione) ed i suoi mezzi (lavoro, etc.) sono chiaramente
oppressivi.
I proletari stanno lanciando la
sfida alla società e non per una società diversa o migliore ma per l’abolizione
di ogni società (intesa come agglomerato di individui-merci retti da uno scopo
ad essi superiori).
La felicità in armi esige di
prendere il posto dell’infelicità oggi esistente. La distruzione del dominio
del capitale e dei suoi strumenti è l’unica festa che il proletariato può
desiderare.
È tempo di iniziare concretamente
la lotta per un 1° maggio permanente, cioè per l’abolizione del lavoro e del
tempo capitalista.
Numero unico in attesa di autorizzazione pubblicato a Firenze (Tip. Capponi) nel maggio 1972, di 32 pp., cm. 32 x 22, in vendita a 300 Lire. «Doveva uscire in un bel bianco e verde-azzurro. Hanno collaborato Gigi Amadori, Giulio Dessi, Valerio Bertello, Riccardo d’Este, Dada Fusco, Roberto Ginosa, Gianni Miglietta, Alfredo Passadore, Paolo Ranieri, con la partecipazione involontaria di Nicola Adelfi. Il cornuto del tipografo ci ha fatto quella cosa degradante, in effetti in cui non si capisce nulla». (Paolo Ranieri). Oltre a lucidi e sagaci testi, è corredato da numerose immagini, in prevalenza détournements di strips di fumettisti allora in voga, fra i quali si riconoscono Robert Crumb, Charles Schulz, Magnus e Bunker, E.C. Segar ed altri meno noti. Due fotografie d’epoca (“Barricata spartachista” e “Durruti”) sono tratte da Internationale Situationniste. Invece le immagini autoprodotte dai comontisti sono: la fotografia a p. 15, cui sono sovraimpresse le parole “Contro la legge”, che rappresenta il cavo orale di tale Cesare, specialista in delitti contro la proprietà; quella di p. 28, dove compare una donna nuda, sdraiata e di spalle, con una frase disegnata sulla schiena, che fu scattata a Ponte a Egola a una anonima compagna; e quella di p. 31, il volto di Alfredo Passadore “Tamaro Baroni” in un fotomontaggio che si richiama alla nota (a quei tempi) protagonista delle cronache rosa Tamara Baroni. Controversa rimane invece la paternità della fotografia di copertina, una coppia di leggiadri giovani ignudi nell’atto di spiccare un salto, che doveva evocare, negli intenti dei comontisti, il “salto qualitativo” (ad opera della specie umana) di hegeliana memoria: secondo alcuni è prodotto genuinamente comontista, secondo altri è immagine tratta da un magazine femminile un po’ osé.
Qui di seguito, link per scaricare il documento ad alta risoluzione
Il 1° maggio 1972 e nei giorni seguenti vennero distribuiti diversi volantini contro il lavoro, tra cui una riproposizione del testo del 1° maggio 1971 di Organizzazione Consiliare cambiando la firma in “I COMONTISTI”, e aggiungendo “salariato” nel titolo. Il 2 maggio a Milano fu diffuso quello con il nuovo stemma dell’Alfa Romeo «introdotto con potente battage pubblicitario dall’aprile del 1972, mese in cui aveva aperto l’Alfa di Pomigliano d’Arco. La distribuzione fu effettuata dai comontisti di via Pecchio presso La Breda e la Falk, al primo turno (forse le 6 del mattino) e nelle ore successive in piazza Cadorna, dove arrivano in città i treni con i pendolari che vengono a lavorare a Milano. Ai cancelli delle prime due fabbriche la distribuzione ha fatto rischiare un pestaggio, perchè dopo un primo momento d’imbarazzo in cui i lavoratori prendevano il volantino e lo osservavano, non capendone bene il significato, subito dopo è stata recepita la provocazione, di possibile matrice fascista, vista l’iconografia. I distributori del volantino hanno preceduto con tempismo l’innesco dell’azione punitiva, promossa da elementi sindacali, fuggendo a gambe levate.» (Maurizio Pincetti) Lo stesso giorno a Torino fu distribuito il volantino con i due disegni del 1 MAGGIO e del 2 MAGGIO, sul fronte; nel retro c’era il testo del volantino “1° maggio: il lavoro salariato non si festeggia. Si abolisce” firmato L’ULTIMA INTERNAZIONALE.
Volantino fronte/retro firmato “I COMONTISTI” ciclostilato in proprio a Firenze il 2 aprile 1972. La didascalia che accompagna Cristo in croce recita: «Il mio compito storico è ormai concluso, il dominio della merce, questa nuova forma di felicità illusoria, mi sta sostituendo completamente.»
Testo del 25 marzo 1972 firmato “I COMONTISTI – Firenze, Milano, Torino, Genova, Viterbo”. Il Comunicato fu portato alla redazione di Firenze del quotidiano La Nazione. Da un appunto che accompagna la copia a nostra disposizione: «Ci negarono la pubblicazione e schiaffeggiammo il direttore Domenico Bartoli.»
Volantino distribuito in seguito alla morte di Giangiacomo Feltrinelli, avvenuta a Segrate il 14 marzo 1972. Questa copia indica “Torino, Corso Regina 24, 22 marzo 1972”, il testo è lo stesso del volantino stampato a Firenze. «Precisazione importante: se su un volantino c’è scritto Torino oppure Firenze, non solo non è un dato attendibile ma è solitamente falso e la stesura e la distribuzione è stata fatta altrove». (Paolo Ranieri)
Volantino distribuito in seguito alla morte di Giangiacomo Feltrinelli, avvenuta a Segrate il 14 marzo 1972. Questa copia è ciclostilata in proprio a “Firenze, 21 marzo 1972”, mentre un volantino con lo stesso testo, impaginato diversamente e senza immagine, indica “Torino, Corso Regina 24, 22 marzo 1972”. «Precisazione importante: se su un volantino c’è scritto Torino oppure Firenze, non solo non è un dato attendibile ma è solitamente falso e la stesura e la distribuzione è stata fatta altrove». (Paolo Ranieri)
IL DOMINIO REALE DEL CAPITALE È MORTE
Feltrinelli è stato assassinato Non a caso Continua la strage voluta ed organizzata dai politici di tutte le risme. La rivolta proletaria organizzata e radicalizzata fa tremare il mondo dei fantasmi dediti al culto del dio MERCE. La merce stessa (nelle persone fisiche degli amministratori e servi del suo potere) si organizza per respingere l’assalto proletario e per PERPETUARE il suo dominio. Il dominio del mondo delle merci si fonda sulla MORTE, sulla morte di tutti, asserviti al lavoro e all’infelicità, produttori-consumatori di ideologia ( nuova forma di equivalente generale che si affianca alla vecchia – il denaro – per poter avviluppare globalmente gli uomini nella miseria della produzione e della non vita ). La morte non è solo metafora, espressione emblematica. È morte materiale, concreta! E’ la non-volontà di vivere i propri desideri, di produrre non merci ma doni ( il valore d’uso ritrovato sulle ceneri del valore di scambio ), di esprimere la TOTALITA’ insopprimibile di ciascuno nell’organizzazione della felicità collettiva. È il dominio dell’irreale fantasticamentre incastrato nella vita (SOPRAVVIVENZA) di uomini OGGETTI-MERCI-PRODUTTORI-RUOLI-IMMAGINI-DELIRI. È il potere dell’economia-ideologia politica. Talora diviene ASSASSINIO particolare, che si aggiunge agli omicidi ” indolori ” che tutti siamo costretti a subire e che tutti – TRANNE I RIVOLUZIONARI COERENTI – ripropagano giornalmente sulla pelle degli altri. L’operaio ucciso in fabbrica dalla miseria del lavoro diventa assassino nella perpetuazione della miseria della famiglia. Il professore ucciso dalla cultura amministrante uccide giornalmente con l’amministrazione della cultura. L’impiegato morto nel suo impiego di sottomissione-noia diventa crudele maniaco assassino nel RUOLO DEL PRIVILEGIO. E avanti così. Sino agli pseudo-rivoluzionari che muoiono-uccidono nell’adempimento di un dovere gerarchico-ideologico che non porta alla rivoluzione, ma alla rotazione del potere, dei ruoli, delle immagini fissanti. Il capitale è un ASSASSINO continuo. Ma è un assassino che ha paura di essere scoperto e giustiziato dall’ orda proletaria che più che mai mostra il suo volto TOTALE E CRIMINALE nelle lotte operaie anti-lavorative come nelle esplosioni di una delinquenza che non è altro che l’inumanità totalmente vissuta e che comincia a stravolgersi, e a volgersi contro l’organizzazione dell’inumano sociale. La paura rende più che ma assassini. Feltrinelli è l’ultimo morto ( ma ce ne saranno ancora se non spazziamo via assolutamente gli assassini organizzati in rackets-politici, poliziotti, spie, preti, intellettuali, ruolificati di buon grado, etc.) di questa GUERRA di classe.
Noi non abbiamo particolare rispetto per la morte, poiché abbiamo rispetto REALE per la VITA. Per cui oggi NON diciamo che Feltrinelli era un compagno. Non lo era, non NOSTRO, non dei rivoluzionari coerenti. Era un politico e la POLITICA lo ha ucciso. L’hanno ucciso le elezioni ( il blocco d’ordine di destra-centro-sinistra ). L’hanno ucciso le difficoltà economiche italiane e la strategia USA dell’organizzazione dei mercati ( rinnovo dei contratti, pace sociale che il capitale internazionale cerca di ottenere anche in Italia, volontà di incastrare le future lotte proletarie e già ora di distruggere una sua forma: la “delinquenza”, ecc.) Chi accetta la morte quotidiana e la perpetua è un CORREO. Sul traliccio l’hanno ficcato i luridi bastardi del SID, la polizia o simili: tutti i servi di una polizia ultranazionale con a capo la CIA. Ma costoro sono soltanto il braccio materiale, seppur talora autonomizzatto. Tutti i politici, SENZA ESCLUSIONI, ne sono i mandanti ( basta vedere il congresso del PCI difensore ed organizzatore dell’ordine quanto l’ MSI). I gruppetti sono, masochisticamente o interessatamente, degli spettatori acquiescenti. Accettano di fare il GIOCO POLITICO e non iniziano una effettiva pratica di DISTRUZIONE, di GUERRA RIVOLUZIONARIA, riproducendo ancora una volta schemi retorico-politici ( elettorali il Manifesto ) che non possono scalfire la spirale dei ruoli della morte, ma la riaffermano riproducendo al proprio interno e propagando la GERARCHIA-IDEOLOGIA che è un’essenza del potere. La morte di Feltrinelli esige vendetta. Non la vendetta di una cosca mafioso-politica. La VENDETTA PROLETARIA, poiché uccidendo Feltrinelli si è voluto ricordare pesantemente a tutti che fuori dall’accettazione della sopravvivenza non ci può essere che MORTE VIOLENTA ( ma la sopravvivenza è morte dolce? ). Feltrinelli non era un rivoluzionario più che altri ideologi -di-sinistra, ma la vita che poteva guizzare in lui e che noi DESIDERIAMO esige più forte-violenta che mai la RISPOSTA rivoluzionaria e l’ORGANIZZAZIONE che ne è l’indispensabile supporto. È necessario organizzarci immediatamente per colpire con estrema durezza sia i SICARI che i MANDANTI di questo assassinio poiché sono gli STESSI che intendono conservare il loro dominio di morte.
Volantino comontista distribuito a Firenze il 19 marzo 1972 in occasione della ‟Giornata del mutilato e invalido del lavoro”.
Domenica 19 marzo
Giornata del Mutilato
e Invalido del Lavoro
La Comunità dei Fantasmi Operosi
Festeggia e premia
i membri che maggior numero di
pezzi hanno dedicato alla
Sua perpetuazione nel
nome del Lavoro
Si rallegra inoltre
delle sempre più numerose
adesioni al Suo Progetto di
Unificazione di tutti i
produttori-consumatori di
merci materiali e di deologiche
(studenti impiegati operai hippie
politici parlamentari ed extra)
che sempre maggiori quantità
di energia e pezzi umani
mettono a disposizione
del Capitale
costituitosi
in Comunità Materiale
TUTTI ALLA PASSERELLA DEI
MUTILATI
PER MEGLIO SOPPORTARE LA
PROPRIA
MUTILAZIONE QUOTIDIANA
Nella fase attuale di
dominio, Il Capitale giunge ad affermarsi come essere totale, completamente
introiettato da ciascuno come modo sociale di produzione e di vita. La
generalizzazione alla stragrande maggioranza degli uomini del lavoro, in quanto
lavoro salariato necessario alla perpetuazione del Capitale (produzione di
merci ideologiche), segna la totale capitalizzazione dell’uomo: la legge del
lavoro viene ad essere considerata e vissuta come legge naturale ineluttabile.
Questa malefica
allucinazione, e la sua amministrazione, sta alla base dello spettacolo
miserabile della Giornata del Mutilato del lavoro; ognuno mistifica e si rende
più tollerabile il peso della menomazione della propria reale essenza umana, in
quanto puro oggetto nella produzione-consumo, alla vista di aborti più orribili
di lui quantitativamente, ma qualitativamente eguali nell’asservimento alla
legge del lavoro (guadagnare per vivere-vivere per guadagnare).
Lo scopo dei
COMONTISTI come rivoluzionari coerenti è la distruzione della comunità fittizia
del capitale nella sua esistenza materiale e ideologica (fissazione di ruoli al
cui interno ciascuno amministra in modo schizofrenico la separazione, imposta
dalla società delle merci come momento necessario all’annullamento della
persona e la costituzione del legame (che nulla ha da spartire con i vari
modelli di organizzazione politica del recupero) che porterà all’instaurazione
della reale comunità dell’essere (Gemeinwesen).
12 dicembre ’69 / 7 maggio ’72 – STRAGE PARLAMENTARE
Volantino ciclostilato a Torino il 15 marzo 1972 e firmato “i comontisti” a proposito delle elezioni del 7 maggio in cui venne candidato Pietro Valpreda.
«È il primo volantino comontista a Torino, scritto da Paolone [Turetta] insieme con qualchedun altro: ne nacque una feroce polemica epistolare, di cui ho in archivio qualche brano, iniziata da me e in genere dai milanesi che si dissociarono pesantemente dallo sdoganamento dei delitti sessuali. Riccardo (che non era fra gli autori, stava forse ancora a Egola o già a Firenze) prese le difese dei torinesi, sostenendo che fra i comontisti in caso di disaccordo, si scirve un nuovo volantino e non si caga il cazzo su quelli vecchi. Tesi che fu approvata, a fronte del riconoscimento che l’omicida sessuale non era precisamente quel che noi intendevamo come moderno rivoluzionario, e neanche non moderno. Fu un buon dibattito nell’insieme, anche se valse a diffondere la nomea dei milanesi come “pistini”, gente che fa la punta a tutto quel che si dice o si scrive.» (Paolo Ranieri)
Finito di stampare il 20 gennaio 1972 in Genova. Hanno collaborato Dada Fusco, Riccardo d’Este, Alfredo Passadore, Carlo Ventura, Gianni Miglietta, Enrico Bianco, Miriam Carrassi.
Ciclostilato di 8 pagine non numerate, pinzato con punti metallici. Ignoti gli autori delle immagini, salvo due, attribuibili con certezza ai fumettisti Magnus e Bunker, allora all’apice della loro popolarità. Oltre alla redazione genovese, in penultima pagina sono indicate anche quella di Torino, C.P. 281, e di Ponte a Egola (Pisa), via Pannocchia 12.
Pubblicato da Comontismo Edizioni nell’autunno 1972 a Milano, Contratti o sabotaggio è una brossura con punto metallico di 52 pp., in 8vo, cm. 22 per 14, con copertina di colore rosso e titolo in nero, venduto al prezzo di lire 400. A pag. 51 è indicato: «Tutti i compagni che, trovandosi d’accordo con le tesi sopra espresse, desiderano mettersi in contatto con noi, possono scrivere al seguente indirizzo: Claudio Albertani, c.p. 179 – 20100 Milano». Per dare un tono maggiormente assertivo, in copertina non compare il punto interrogativo, presente invece nel titolo reiterato a pag. 1. «L’avvicinarsi del rinnovo autunnale dei contratti collettivi di lavoro è stata l’occasione per produrre uno spazio teorico di rilettura della realtà sociale, così come quegli anni di turbolenze avevano suggerito. Contratti o Sabotaggio illustra l’alternativa fra una soluzione socialdemocratica di un problema puntuale e una radicale sovversione dei paradigmi sociali dettati dal Capitalismo.» (Maurizio Pincetti)
Qui sotto, nella versione PDF con la trascrizione.
Prima metà del 1972. Lettera di Alfredo Passadore, indirizzata con ogni probabilità al gruppo dei torinesi, riguardo l’imminente pubblicazione del n° 1 di Comontismo, e risposta di un compagno di cui non compare la firma.